“Non fu ucciso dall’eroismo, fu ucciso dalla sua intelligenza”, Gaetano Cali

NON FU UCCISO DALL’EROISMO,
FU UCCISO DALLA SUA INTELLIGENZA
di Gaetano Cali

Ci conoscemmo in seconda elementare e fino alla terza liceo fummo compagni di classe, spesso di banco. Ci vedevamo, sin da piccoli, anche dopo la scuola. Andavamo quasi sempre in vacanza insieme: ci volevamo bene. Eravamo amici. Fatto questo preambolo, non è facile per me condividere un ricordo di Giancarlo: sono diciotto anni di ricordi, da quando portavamo il grembiule blu ed il fiocco bianco a quando eravamo nudi sugli scogli di Ginostra: l’unico angolo d’Italia dove non c’erano autorità: no preti, no forza pubblica, il Paradiso. Più che un accaduto in particolare voglio brevemente descrivere chi era Giancarlo per me e per gli altri suoi amici più cari. Giancarlo viene descritto come un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura che lottava contro la camorra. Falso! Giancarlo era l’antieroe per eccellenza. Assolutamente senza macchia: era un puro, ma paura sì, quella sì. Quante volte gli dicevamo: “Sianuk, ma sei sicuro? … sei sicuro di aver fatto bene a scrivere quest’articolo?” La sua risposta era sempre la stessa, cioè che le notizie gli arrivavano da fonti uffciali, quindi già note e perciò non c’era nulla da temere. E già, da temere … Giancarlo aveva paura di poter soffrire, del dolore. Ricordo che una delle scene cinematografiche che citava spesso era quella di Ricomincio da tre, dove Troisi interrogato da una fanciulla su come si sarebbe com- portato di fronte alla tortura rispondeva che se soltanto l’avessero minacciato di una eventuale tortura egli avrebbe parlato: tutto ma non il dolore
Abbiamo vissuto la nostra giovinezza in un momento storico particolarmente diffcile, c’erano le bombe dei fascisti, il terrorismo di destra e di sinistra, l’eroina, i posti di blocco, le leggi Reale, il fermo di polizia, poi il terremoto e la guerra di camorra … era possibile trovarsi coinvolto per caso, compromesso, invischiato e non era facile restare illesi, uscirne vivi. Giancarlo con la sua pacatezza e la sua attenzione verso il pericolo era per me la voce della coscienza, quello che con un consiglio, una parola, riusciva a fartelo vedere il pericolo, correggere la rotta ed evitarlo. Quest’anno avrebbe compiuto sessant’anni e questo mondo non gli sarebbe piaciuto. Sarebbe stato impossibile per lui, come per tutti gli esseri umani, tollerare che fosse diventato proibito salvare altri uomini dalla morte. No questa Italia fascista e razzista l’avrebbe detestata. Egli era uomo d’amore. Amava la vita e, ricambiato, amava le donne. Non fu ucciso dall’eroismo, fu ucciso dalla sua intelligenza. Fu condannato perché scrisse non un ‘fatto’ ma commentò un ‘fatto’, di cui tutti erano a conoscenza, con una supposizione, un’idea. Un’idea che si rivelò purtroppo vera. Per onestà di cronaca: quella maledetta sera del 23 settembre Giancarlo non sarebbe dovuto andare al concerto di Vasco Rossi, sarebbe andato al cinema con Sergio. Mi manca!